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Uccise per paura, non per amore
Di Carlo Di Stanislao
Ancora una volta il mostro ti vive accanto e non viene da un
estraneità che ignori.
Uomini che uccidono perché vedono capovolto
l’ordine precedente delle proprie esistenze, la perdita dell’antico
potere e dei più elementari diritti.
Che però non si trasforma in un’interrogazione
sui propri limiti ed errori, ma è vissuta come una vera e propria
destituzione, un’abiura,
il disconoscimento del posto che ritenevano fosse il loro.
Dietro l’assassinio di una moglie o di una
fidanza non è difficile intravedere la furia di un potere morente.
Vanessa Scialfa, 20 anni è stata
strangolata dal fidanzato, il 34enne Francesco Lo Presti, che ha
confessato l’omicidio dopo un lungo, stringente interrogatorio.
L'uomo avrebbe strangolato Vanessa, quindi dopo avere gettato il
corpo da un cavalcavia, sarebbe andato dai carabinieri a denunciarne
la scomparsa raccontando del litigio al termine del quale lei era
uscita da casa.
I militari avevano interrogato Lo
Presti per 12 ore, ma il giovane aveva continuato a dare quella
versione dei fatti, senza cadere in contraddizioni.
Ma questa mattina Lo Presti e' stato
nuovamente sentito negli uffici della questura e al suo racconto
sarebbero cominciate ad emergere incongruenze.
Messo di fronte all'evidenza e'
crollato ed ha condotto gli inquirenti nei pressi di una ex miniera,
dove aveva abbandonato il cadavere di Vanessa.
Il padre della ragazza, all'obitorio
di Enna, dopo il riconoscimento, ha mormorato: "Datemelo tra
le mani", per poi chiudersi in un silenzio pieno di rancore.
Lo Presti potrebbe essere stato sotto
gli effetti di stupefacenti, quando a mani nude ha strangolato la
fidanzata.
A scatenare il raptus sarebbe stato un
litigio, forse dovuto alla gelosia.
Vanessa, forse, aveva tentato di
spronarlo a cercarsi un lavoro, usando, forse, come confronto il suo
precedente fidanzato.
Potrebbe essere stata questa la miccia
che ha scatenato la follia.
I due spesso litigavano e alla base di
tutto c'era sempre la gelosia di lo Presti nei confronti della bella
fidanzata.
Ieri, a 22 anni dal
delitto, la nuova sentenza sull'omicidio
di Simonetta Cesaroni, con il fidanzato condannato in primo grado a
24 anni, anche in questo caso con movente la gelosia, è stata
rinviata, poiché giudici della Corte
d'Assise d'Appello hanno deciso che prima di andare in Camera di
Consiglio dovranno ascoltare le repliche del procuratore generale
Alberto Cozzella, il quale ha chiesto che venga confermata la
condanna inflitta a Busco dalla terza Corte d'Assise.
Conferma chiesta
anche dall'avvocato Massimo Lauro,
costituito parte civile per conto della
madre di Simonetta.
Nel marzo scorso, a Brescia, un uomo ha
ucciso la ex moglie, il suo compagno, la figlia ventenne della donna
e il fidanzato di quest’ultima, sempre per “gelosia” e,
certamente, sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, come quelle
assunte abitualmente da quel padre che a Roma ha gettato nel Tevere
gelido un bambino di 16 mesi, per ritorsione contro la ex moglie che
erra in ospedale.
E’ un fatto tanto innegabile quanto
terribile che, continuamente, le donne vengono uccise, a centinaia,
nelle loro famiglie, dai loro mariti, amanti e fidanzati, per
ferocia, perchè non c’è una cultura del loro valore, perchè non
c’è l’abitudine a considerarle soggetti di scelte.
Le donne vengono uccise per ignoranza
molto più che per gelosia.
Vengono uccise dai loro compagni, dai
mariti, dai padri dei loro figli e la gelosia è molto spesso solo un
alibi.
A proposito della strage di Brescia
Flavia Amabile su La Stampa, ha intervistato lo psichiatra Vittorino
Andreoli, che ha parlato, fra l’altro, del fatto che “negli
uomini viene fuori il cacciatore, l’eroe greco, quello che non si
rassegna ad essere sconfitto e che combatte comunque”.
Sicchè, anche da parte di una mente
che consideriamo avanzata, si giunge al concetto, nefasto, che l’uomo
è eroe tragico, macchiato di hýbris, sanguinario perchè
cacciatore, debole perché vittima di istinti.
Ed hanno ragione quelle donne che alla
fine urlano contro questo atteggiamento: “Morite donne, morite:
l’uomo non può fare di meglio che uccidervi”.
Tutto è questo è terribile,
inquietante, agghiacciante, un vero insulto per tutti gli uomini
(oltre che per tutte le donne).
Bisogna
che proprio noi uomini ci battiamo per escludere da fatti sanguinari
e bestiali come questi, i concetti di “follia”
e di “raptus”, concetti esimenti o attenuanti, che spesso
emergono artatamente dalla perizie forensi e dai giudizi culturali
più ampiamente diffusi.
Il
5 marzo, sempre nel veronese, un
uomo di 56 anni, ha strangolato con un foulard la moglie di 51 dopo
un litigio. Ed il giorno dopo, a Piacenza una donna, sudamericana di
49 anni, è stata uccisa a colpi di pistola mentre stava camminando
in strada davanti all’ingresso di un supermercato, uccisa da un
uomo che dopo un primo colpo sparatole alle spalle, le ha scaricato
addosso altri colpi, per poi risalire in bicicletta ed allontanarsi,
indisturbato.
Nel
2010 furono uccise da un congiunto o un famigliare 127 e 136 nel
2011. Sono dati davvero agghiaccianti.
Come ha scritto Lea Melandri sul Corriere bisogna che ci si renda
conto che la violenza domestica non è un fatto
privato.
E se sgombriamo il campo dalla figura del
mostro, ciò che resta è una cultura, cristallizzata nel tempo.
Di fronte a questa cultura, perché
gli uomini sono silenti e non mostrano invece maggiore coraggio,
alzando la voce per dire io non sono quegli uomini e mi vergogno di
uomini così?
La questione del
rapporto tra uomini e donne è centrale e non più rinviabile. Invece
noto una difficoltà a portare il tema della violenza delle donne
dentro un vero dibattito pubblico, forse perché la fragilità
maschile è
un tema che andrebbe indagato a fondo e che spaventa molti.
Si è interrogata di recente su questa afasia
maschile anche Iaia Caputo,
in un bellissimo libro intitolato Il
silenzio degli uomini, Feltrinelli ,
dove è scritto: “il silenzio degli uomini è soprattutto la causa
di un drammatico malessere maschile”.
Non servono litanie sugli uomini violenti,
mentre bisogna chiedere loro di farsi carico del proprio dolore,
delle proprie paure, debolezze e insieme di quei privilegi che ne
rallentano il cambiamento. A cominciare dalla parola più interdetta,
la paura,
che è l’altra faccia della violenza.
E le statistiche, lo ripetiamo, sono
allucinanti: il 10% degli omicidi dolosi sono preceduti da atti di
stalking. La vittima nell’80% dei casi conosce l’autore della
persecuzione, nel 55% e’ probabile si tratti di un ex, coniuge o
innamorato, nel 25% di un condomino e nel 15% di un collega.
Nel 2011 127 donne sono state uccise e sei
volte su dieci il movente e’ stata la gelosia, la non
rassegnazione a una separazione o a una perdita.
Nel 2010 Artur
Oberhofer, per il quinto volume della sua serie “Die grossen
Kriminalfälle” (Ed. Arob, 375 pagine, 33 euro), ha scelto i tre
casi di cronaca nera più clamorosi avvenuti in Alto Adige negli
ultimi decenni, ricostruendo, con dovizia di documenti il caso del
Kinderdorf di Bressanone, il delitto Lunardi-Welponer e il più
recente assassino di Monika Mor, tornato alle cronache tre anni fa
per il suicidio dell'omicida, Thomas Göller.
In tutti e tre i casi il movente la gelosia e
le vittime donne, con assassini maschi disperati, spaventati ed
insicuri, per la perdita di significato e di ruolo.
Con
Adriano Sofri e Lucia Marchitto, pensando al
ventre, al corpo della donna, ci viene in mente la maldicenza che
colpì le donne che prestarono soccorso ai feriti a Roma nel 1849,
donne che coordinarono ambulanze e ben undici ospedali senza che un
marito, o un padre o un figlio lo facesse al posto loro. “Il
più virulento è il gesuita Bresciani, secondo il quale infermiere,
organizzatrici delle ambulanze e soldati sarebbero alleati nel
compiere aggressioni e violenze – fisiche e morali – nei
confronti delle religiose e dei luoghi sacri, profanati
dall’essere
stati trasformati in alloggiamenti militari, in magazzini, in
ospedali, ma soprattutto di
aver subito l’affronto dei corpi femminili.”
Quante
donne ancora dovranno morire vittime di uomini miserrimi animati ed
armati da tale pensiero?
Pensando
alle 46 donne uccise in Italia fra Gennaio e Marzo, vittime
dell’uomo che avevano accanto, vittime, si dice di raptus, delitti
passionali, drammi della gelosia, credo si debba per lo meno parlare
semplicemente di omicidi e di provarne, come uomini, sdegno e
vergogna.
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