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La
vita è lunga abbastanza per cambiamenti comuni e migliori
Di
Carlo Di Stanislao
Non
solo si voterà a L’Aquila (come in molte altri comuni italiani)
per il primo turno delle elezioni del sindaco, ma il prossimo 6
maggio sarà giornata cruciale per le presidenziali in Francia,
vedrà il voto per il nuovo governo nella difficile Grecia ed ancora
quello per il referendum per le nuove cinque provincie in Sardegna,
tanto inutili e surrettizie, quanto difese dai residenti, nonostante
i tentativi di ridurre la spesa pubblica di ben 4 miliardi, per non
aumentare l’Iva di due punti, da parte del governo Monti.
Si
perché nell’Italia degli sprechi si creano anche provincie tanto
inutili quanto dispendiose e che dovrebbero indignare l’opinione
pubblica non meno delle auto blu e dei tanti privilegi (e ladrocini)
della cosiddetta “casta”.
E
non è tutto circa le stranezze di questa nazione che, in occasione
del 25 aprile, decide, perché a farlo debbono essere le
organizzazioni di ex-partigiani, di non invitare alle celebrazioni né
il sindaco di Roma né il governatore del Lazio, costringendo
Napolitano ad una ennesima acrobazia con un invito personale, domani
al Quirinale, per Alemanno e la Polverini.
Tornando
alla Sardegna, come già detto, si
voterà in un'unica giornata, a partire dalle
ore 6:30
del mattino fino
alle ore 22:00
della sera. Questo dopo che si è deciso di rinunciare all'election
day,
cioè al votare lo stesso giorno delle amministrative (che in
Sardegna riguarderanno parecchi comuni), più corretto dal punto di
vista etico, ma assai meno conveniente da quello finanziario.
I
quesiti referendari per ora sono dieci: cinque
abrogativi
e cinque
consultivi,
ma potrebbero diventare sei se il TAR accettasse il ricorso
di Roberto Deriu, presidente dell'Ups e della Provincia di
Nuoro. Fra i quesiti che potrebbero essere considerati non
ammissibili quelli che puntano ad abrogare i nuovi enti intermedi di
Olbia-Tempio, Ogliastra, Medio Campidano e Carbonia-Iglesias.
Com’è
noto, contro i nuovi e i vecchi enti intermedi si è scatenata da
tempo un’offensiva generale tanto che le Province sono diventate
l’emblema dello spreco delle risorse destinate ai costi della
politica.
Ma,
secondo un dossier della Unione Delle Provincie Sarde (UPS), mentre
le Regioni hanno un bilancio complessivo di 168 miliardi (8 quella
sarda), di cui 116 per la Sanità e i Comuni costano 72 miliardi, le
Province “solo” 11, vale, vale a dire l’1,35 per cento del
totale.
Va
anche detto, ad onor del vero, che comunque vadano le cose, ci si
potrebbe risparmiare la spesa di un referendum del tutto inutile,
poiché la battaglia è comunque spacciata, in quanto, dopo il
decreto Monti, gli enti intermedi saranno eletti direttamente dai
consigli comunali del territorio tra i loro membri, avranno al
massimo dieci consiglieri e neanche un assessore.
E’
dalla scorso luglio che si parla del necessità, anche
dal punto di vista simbolico, come emblema della lotta agli sprechi e
ai costi della politica, di abolizione delle Provincie.
E
sulla conclamata
obsolescenza delle Province non è necessaria nessuna altra
dimostrazione, se è vero che già un secolo fa qualcuno ne
sottolineava l’inefficienza e, a volte, l’inutilità.
Meglio
pertanto sarebbe, in un futuro molto prossimo e finalmente
intelligente e costruttivo, mettere al centro della questione una
buona riflessione sul
vero nodo della vicenda amministrativa: l’articolazione del sistema
degli enti territoriali.
Dove,
fino a prova contraria, sono più che sufficienti i due livelli
costituiti dalle regioni, con funzioni legislative e di
programmazione e comuni, nella direzione di una sempre più spinta
caratterizzazione sussidiaria.
Tra
questi due livelli sarebbe auspicabile la creazione di aggregazioni
spontanee, temporanee e flessibili, di comuni (consorzi,
associazioni, unioni) per gestire servizi o governare problematiche
che, a secondo delle esigenze e caratteristiche, possano trovare
soluzioni adeguate attraverso un dimensionamento differente caso per
caso.
Da
tempo, ormai, le
nostre città sono asfittiche,
incapaci
di crescere e non in grado di competere con le rivali europee e
mondiali.
Nei
loro territori non governano i processi reali di trasformazione sia
perché gli amministratori non hanno i poteri per farlo, sia perché
è stato molto più comodo limitarsi a subirli.
In
questi anni non abbiamo assistito alla nascita delle città
metropolitane, ma certamente all’affermarsi di conurbazioni
caotiche, informi, prive di razionalità
e tutto questo anche senza disastri naturali.
La
realizzazione della città metropolitana (o come altro la si voglia
chiamare, in sostanza la trasformazione territoriale e amministrativa
delle Città, che da noi si chiama, vanamente e senza iniziativa
concreta alcuna, “Citta-Territorio”) è forse oggi l’ultima
occasione per invertire la marcia e ricominciare a guardare
seriemente in avanti.
Il
resto è solo guardarsi l’ombelico e riempirsi la bocca di unitile
fiato; quel fiato privo di sostanza, tanto lungamente adoperato dai
partiti e dai politici, che ha generato il forte vento antipolitico
che oggi spira in tutta Europa ed è vorticante in Italia.
Un
vento che spira con la forza di un turbine, portando l’eco del
dissenso popolare, delle polemiche sui finanziamenti ai partiti, fino
alle orecchie di Napolitano che, a Beppe Grillo in salita continua
con il suo “Cinque Stelle” e che evoca “pene esemplari”,
risponde dicendo: “Il marcio si deve estirpare, ma guai a fare di
tutte le erbe un fascio, a demonizzare i partiti, a rifiutare la
politica”.
Nel
vortice della più grave tempesta della sua storia, la Lega, che di
antipolitica e populismo si è nutrita, ha intanto consegnato
alla presidenza della Camera 76 firme contro l'assegnazione della
proposta di legge Alfano-Bersani-Casini sul controllo dei bilanci dei
partiti in sede legislativa, alla commissione Affari Costituzionali
di Montecitorio, dopo il voto dell'Aula della Camera che aveva
approvato l'iter rapido di un provvedimento che non cambia proprio
nulla.
Sicché
sempre più elettori di destra e sinistra si dichiarano disgustati da
una partitocrazia senza distinzioni ideologiche e con un solo,
comune, formidabile appetito.
Nel
primo libro del De
Brevitate Vitae
Seneca dice al suo immaginario interlocutore che la vita è lunga
abbastanza se vissuta con diligenza e non sprecata nella indifferenza
o in cupidi tornaconti personali.
Ma
diviene brevissima se non si fanno le cose più giuste e non ci si
batte per la crescita delle comunità.
In
effetti sono in molti, oggi, che vogliono esprimere il loro diritto
di dissentire da condotte immorali e scelte politiche che fanno solo
gli interessi dei più ricchi e potenti. Politiche come quelle della
Merckel e di Sarkozy, che piacciono ai ricchi ma non hanno più
consenso popolare, che imprimono strette ai più poveri senza nessun
vero spazio per la crescita. E, credo, non sia un caso il voto pari
al 18,5% alla Le Pen e la caduta del governo in Olanda, da parte del
leader di estrema destra Geert Wilders, che non ha appoggiato
l'esecutivo e ha definito “troppo gravoso” per la spesa sociale
il pacchetto di misure approvato dagli altri partiti della
coalizione. Una coalizione di minoranza che ha guidato i Paesi Bassi
per 584 giorni, con l’appoggio determinante del partito del leader
razzista ed islamofobo Geert
Wilders
e che si è dissolta in un istante a causa del pacchetto di misure
approvato dai partiti governativi, con un valore di quasi 15
miliardi, con un incremento dell’iva dal
19%
al
21%,
l’innalzamento dell’età pensionabile a 66
anni
a partire dal 2015 (e non più dal 2020 come deciso in precedenza) e
poi l’introduzione di un ticket sanitario di 9
euro
per ogni prescrizione medica e l’abolizione dei prestiti a fondo
perduto per gli studenti. Un monito ben preciso al governo Monti e a
tutta la politica che fa finta di essere latiti tante e col suo
comportamento, rende
attualissima la
definizioni proposta da
Max
Weber,
che
sosteneva che essa, la politica,
non
fosse altro che
mera aspirazione
al potere e monopolio legittimo all’uso della forza; ovvero
qualcosa di molto diverso dalla idea aristotelica che la vedeva come
sistema amministrativo della “polis”
per il bene di tutti. Bruno Leoni, oltre cinquant'anni fa, si
domandava: "Ma come è possibile che un cittadino voglia
delegare le sue scelte ad un politico che dei mestieri degli altri
conosce poco o nulla?". Mai domanda è stata tanto attuale. Il
fallimento della Grecia è forse la dimostrazione più eclatante di
quanto la "politica sia spesso il problema e non la soluzione".
Nonostante tutti i fallimenti del collettivismo - appurati e
dimostrati dalla storia nel solo Novecento - stare ad ascoltare un
mucchio di fanfaroni - la casta appunto - come fossero degli oracoli,
come se rappresentassero la soluzione ai problemi che essi stessi han
creato suona quantomeno paradossale. Se le opinioni rimangono
opinioni, i numeri sono incontrovertibili e non danno ragione a chi
chiede più Stato, più interventismo, più leggi e più regole, per
avere una vita più lunga e migliore. Nel 2008, Antonio Forcillo, nel
libro “E
fu antipolitica. Cronistoria di un percorso vero sulle vie della
democrazia partecipativa”
(Gruppo Albatros Il Filo), ha raccontato l'attività
"antipolitica" di un collettivo spontaneo, denominatosi dei
"Cittadini attivi", che si è attivato a Bernalda, nato
indipendente e votato al sociale i cui membri sono commissari che
vigilano sulla democrazia, chiamando ogni cittadino alla
partecipazione per realizzare un domani migliore. Battaglie sociali
di interesse pubblico, nazionale e internazionale sono state il
centro delle attività dei "Cittadini attivi", che in
cinque nanni, hanno indicato e realizzato percorsi esemplari, motori
di comunità affini, con una consapevolezza compartecipava nettamente
maggiore. E, lo scorso anno, per Chiarelettere, hanno raccontato, nel
libro “Siamo in guerra. Per una nuova politica”, cosa sia
l’insieme di quei movimenti spontanei che stanno emergendo ovunque
sostituendosi ai partiti, dall'Islanda alla Svezia, dal Partito dei
pirati tedesco agli Indignados spagnoli, fino al Movimento 5 Stelle
da noi: nato in rete, senza un euro di finanziamento pubblico, con
tutti i media contro, considerato, il possibile terzo polo alle
prossime elezioni politiche e che già conta 130 consiglieri
comunali e regionali con percentuali di voto tra il 4 e il 10% su
base nazionale. Per me il “grillismo” è del tutto simile al
populismo di Giannelli nel dopoguerra, ma pure mi premuro di
consideralo nei valori che porta avanti, consapevole che ormai, è
solo l'etica
pubblica, fondata sulla laicità inclusiva dei valori religiosi,
elemento essenziale per il buon
[leggi tutto ...]
funzionamento della politica e la credibilità delle istituzioni e
che il corretto equilibrio tra i poteri sia più che mai necessario
per superare "l'anomalia italiana". Una anomalia che ha
costruito un panorama desolante, con politicinincapaci e corrotti al
servizio della economia, lo
spettro mai cancellato del "default", lo spauracchio della
secessione,i giovani senza prospettive. E mentre ancora celebriamo un
secolo e mezzo dello Stato unitario, l'Italia ci appare fragile,
declinante, immobile, divisa. Per superare i rischi di una decadenza
del posto dell'Italia nel mondo e del nostro benessere,
[leggi tutto ...]
dobbiamo guardare oltre le differenze politiche, sociali,
territoriali, le convenienze personali e familiari, il campanilismo e
il localismo. Soprattutto, dobbiamo ricominciare a sentirci una
comunità, che voglia impegnarsi in un progetto condiviso. La parola
"patria", sequestrata dal nazionalismo del "sangue e
suolo", bandita dall'internazionalismo marxista, è rimasta
estranea, per ragioni storiche e ideologiche, alle tradizioni
culturali prevalenti nel nostro paese. Tuttavia oggi, per evitare le
opposte derive del mondialismo omologante e del proliferare di
egoismi di luogo e di gruppo, diventa indispensabile rifondare una
identità collettiva che non si fondi su condizioni date - il sangue,
il territorio, la lingua, la religione - ma su valori e obiettivi
condivisi.
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