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Tue-2-2013
PROCESSIONE DEL CRISTO MORTO 2013
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Due premi Nobel che fanno discutere
Approvati e contestati quello per la pace al dissidente Liu Xiaobo e quello per la medicina a Robert Geoffrey Edwards
 
Di Egidio Todeschini


Immancabili gli encomi e le critiche che, annualmente, accompagnano i premi Nobel assegnati ad Oslo, voluti da Alfred Nobel  nel 1895  ed attribuiti per la prima volta nel 1901  a chi si è più distinto negli ambiti della fisica, chimica, medicina, letteratura, pace ed economia. Nel 2009 quello per la pace al Presidente statunitense Obama non convinse tutti, neppure il diretto interessato che asserì di essere “sorpreso, onorato e profondamente commosso, ma non sicuro di meritare il premio”. Più violente quest’anno le reazioni ai Nobel per la medicina, riconosciuto a Robert Geoffrey Edwards, e per la pace, dato a Liu Xiaobo: due decisioni della Giuria che rivelano, da una parte, la sottomissione al relativismo imperante e la carenza di profondi principi morali; dall’altra, l’atto di coraggio di chi, premiando il Cinese per la “sua lunga battaglia non violenta a favore della democrazia e della pace”, ne ha onorato la “campagna per il rispetto e l'applicazione dei diritti umani fondamentali”. 
Scelta, quest’ultima, approvata dall’UE, nonché da molti Capi di Stato occidentali e dal Dalai Lama che hanno chiesto la liberazione immediata del premiato; ma giudicata negativamente da Fidel Castro e che le autorità della Cina, insensibili ai bisogni del loro Paese dove le rivolte diventano sempre più frequenti e cruciali, hanno definita “un’oscenità che viola i principi stessi del Nobel”, in quanto “Xiaobo è un criminale condannato dalla giustizia”. Del resto, non è la prima volta che un Nobel infastidisce il regime di Pechino. E’ avvenuto nel 2000 con il premio per la letteratura assegnato a Gao Xinjian, scrittore in esilio dal 1987, naturalizzato francese, le cui opere erano vietate in Patria. Ed anche nel 1989 in seguito a quello per la pace riconosciuto al Dalai Lama e vissuto da Pechino come un affronto.
E’ invece lodevole, dopo il lungo silenzio dovuto soprattutto a motivi economici, l’aver fatto cadere la “grande muraglia dell’omertà” - così definita da Gerolamo Fazzini, direttore della rivista mensile Mondo e Missione del Pontificio Istituto Missioni Estere - conferendo il premio a chi, per due decenni, ha combattuto a sostegno dei diritti civili (non rispettati in Cina benché garantiti dall’articolo 35 della Costituzione), prendendo parte alla protesta di Tienanmen nell’89 e firmando il manifesto per i diritti umani, definito Carta 08. “Reati” per i quali è stato interdetto dall’insegnamento universitario, imprigionato più volte e condannato, nel 2009, ad 11 anni di galera. Inevitabile, quindi, che il premio suscitasse reazioni negative: la notizia trasmessa in televisione è stata subito interrotta; chi ha espresso soddisfazione è stato bloccato dagli agenti di polizia; si è proibito alla moglie di Liu Xiaobo, ora agli arresti domiciliari a Pechino, di rilasciare dichiarazioni alla stampa; e, con nota ufficiale a firma del Ministero degli Esteri, si è dichiarato che tale assegnazione nuoce “alle relazioni tra la Cina e la Norvegia”, benché a deciderla non sia il Governo norvegese ma un comitato indipendente. Illusorio sperare che il riconoscimento del Nobel spinga la Cina a democratizzarsi!
Molto discussa anche la seconda decisione, che premia “il papà della provetta”, da qualcuno definito “alchimista che ha giocato a fare Dio” ma al quale sono arrivati molti messaggi di feli­citazioni, anche da Louise Joy Brown, la prima bimba generata in vitro 32 anni fa. Polemiche registrate soprattutto in Italia, dove con la fecondazione artificiale nascono più di 10 mila bambini all'anno. E’ stata apprezzata dai laici ma contestata dalla Chiesa cattolica che considera inaccettabili sul piano etico tale tec­nica. Ne ha esultato Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la medicina nel 1986 e senatrice a vita; ha fatto esprimere a Severino Antinori, Presidente dell'Associazione mondiale della medicina della riproduzione, il rammarico per i 32 anni di ritardo della premiazione “che sporca la storia del Nobel”; nonché l’auspicio che il Parlamento italiano modifichi la legge 40, ora per la seconda volta all’esame della Corte Costituzionale, che impedisce la fecondazione in vitro con spermatozoi o embrioni di un donatore esterno alla coppia. Invito cui si sono associati i radicali secondo i quali il Nobel rappresenta “la vitto­ria della scienza su tutti i fon­damentalismi religiosi”, come affermato dalla deputata Antonietta Farina Concioni. 
Una scienza che, però, utilizza gli embrioni, cioè esseri umani già formati, mettendoli spesso a morte. Il che fa indignare, giustamente, il Vaticano, a nome del quale il Presidente della Pontificia Accademia della Vita, Mons. Ignaco Carrasco de Paula, rileva che la fecondazione artificiale “è la causa del mercato di milioni di ovociti, degli embrioni abbandonati che finiranno per morire e dello stato confusionale sulla procreazione assistita con figli nati da nonne o mamme in affitto”. In quanto tutto ciò rappresenta “goffi e tragici tentativi di scimmiottare il Padre Eterno con le conseguenze che tutti sappiamo”; e che “verità, logica, buon senso e onestà intellettuale avrebbero dovuto consigliare tutt’altro”. Anche perché Edwards è sì il “padre” di quattro (qualcuno parla di cinque) milioni di bambini nati grazie alla sua tecnica fecondativa, ma, come sottolineato dal Centro di Bioetica dell'Università Cattolica di Milano, non ha risolto le cause della sterilità. E ha tolto a molti orfani la speranza ed il sogno di avere, finalmente, un padre ed una madre. 
Sarà, la fecondazione in vitro, “un tassello del grande mosaico delle possibilità che ognuno di noi…sembra avere a portata di mano”, come Simona Sala scrive sul settimanale svizzero Azione; sarà anche un atto tecnicamente fattibile. Ma è moralmente inaccettabile.